Brexit impatto sociale

Brexit. Impatto politico sociale dell’accordo appena raggiunto

03 February 2021

di Gennaro Giancarlo TROISO

Il lungo travaglio iniziato nel 2016 con gli esiti imprevisti del referendum britannico in favore del “leave”, ha infine avuto termine. Raggiunto un accordo di libero scambio il 24 dicembre 2020, appena una manciata di giorni prima della data ultima di scadenza di fine anno, UE e GB, benché ognuno chiaramente secondo il proprio punto di vista, tirano un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo, avendo evitato entrambe lo scenario complicato e difficilmente spendibile di una “hard exit” o “no deal”.

Le parole di Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, sono state di quelle che fanno riflettere sulla sostanza dei fatti al di là dei riti della politica e del “politically correct”, insiti nei testi offerti alle dichiarazioni ufficiali.


La Presidente ha asserito che «i negoziati sono stati duri ma leali» e che da parte sua ha provato «una tranquilla soddisfazione e, francamente, un sollievo». Ha usato le parole del poeta britannico Thomas Stearns Eliot per affermare che «Ciò che definiamo principio spesso è la fine, e il finire significa cominciare» e la chiosa finale che vi ha fatto seguire è una sorta di proclama-programma: «Quindi a tutti gli europei dico che è tempo di lasciarsi alle spalle la Brexit, il nostro futuro è in Europa ed è ora di guardare avanti».
Il Premier Britannico Boris Johnson ha da parte sua espresso senza riserve esultanza, con i pollici levati in alto, nell’annunciare il suo «The deal is done». I suoi toni sono stati trionfalistici nell’affermare: «Abbiamo riconquistato la libertà. Siamo tornati un Paese sovrano e indipendente. Uniformità e armonizzazione sono ora concetti banditi, sostituiti dal rispetto reciproco». E ancora: «Ci siamo ripresi il controllo delle nostre leggi e del nostro destino».

Punti di vista, ma non solo! Fa riflettere come entrambi i leader si siano comunque affrettati ognuno a spendere parole di rassicurazione e di amicizia per la cooperazione in tutte le aree di reciproco interesse, cambiamenti climatici, sicurezza, trasporti. Johnson: «Restiamo amici dell’Europa». Von der Leyen: «Oggi voltiamo pagina, GB resta partner».

Alcune delle dichiarazioni – pubbliche – che ho riportato (ad esempio quelle sulla riconquistata libertà, sull’essere tornati un Paese sovrano e indipendente) le ho trovate francamente sconcertanti. Mi sono trovato ad interrogarmi su cosa abbia convinto chi ha votato “leave”, e forse a ragione, di agire nell’interesse della propria libertà e del proprio futuro, oltre che ovviamente delle proprie tasche.

A cascata, non ho potuto non ripensare all’inizio della pandemia COVID in Italia, all’isolamento, a come l’Europa, pur nello sconcerto per la situazione, si sia in prima istanza chiusa in una sorta di sorpresa e incredula indifferenza, preoccupato ogni singolo Stato per sé stesso. Se una cosa dovremmo avere imparato da quelle vicende dolorose, oltre il fatto che davvero siamo soli quando si nasce e quando si muore, è a tenere gli occhi aperti, a togliere dai nostri pensieri il velo delle ideologie favorevoli a ogni costo all’Europa, come anche di quelle contrarie ad essa a ogni costo. A ragionare sulle cose reali, su fatti accaduti, piuttosto che su ipotesi mentali. A ricordare, e non cancellare secondo le convenienze, che questa è nella sostanza, al momento, un’Unione appena economica, stretta per lo più in una disgraziata unione monetaria la quale, al di là dei risvolti anche positivi, favorevoli tuttavia solo per alcuni e non per altri, ha mostrato, e mostra, una buona inadeguatezza alle sfide e prospettive innescate dai sistemi economici globali sviluppatisi negli ultimi decenni. Per troppi, è l’Europa dei singoli Stati, ognuno dei quali pensa unicamente a se stesso, a prendere, a massimizzare, e se possibile impedire agli altri di avere pari chances dal punto di vista del progresso economico, al caso sfruttando le risorse invece comuni.

Nell’Unione (che unione troppe volte non è stata), c’è chi guadagna e chi perde, chi è debole e chi è forte, chi si comporta da europeista – magari pensando di farsi così benvolere – ma viene poi buggerato da chi mai fa altrettanto. Tanto per citare alcuni dei più forti, i governi Francesi e Tedeschi, e quelli Britannici finché hanno potuto imporre ritardi o fare ogni tipo di sgambetto e interdizione, hanno troppe volte preso e poco dato, a scapito di altri. Difficilmente questi soggetti hanno permesso, salvo per cose marginali, o eventualmente solo ad alcuni loro contigui, che altri facessero ciò che essi fanno: conquistare e acquisire le cose buone, eliminare la concorrenza non gradita, o omologare i prodotti in modo che essi non abbiano più distinzione o qualità rispetto alle loro produzioni nazionali. Chi si riduce a pensare con ostinazione, che chi invita a valutare queste cose sia un anti europeista, uno sfascista, a parer mio sbaglia, e ben farebbe viceversa a ragionare sui fatti e non sulle parole.

Individuare o formulare una strada che non si riduca ai soliti luoghi comuni, pro o contro ciò che oggi è l’Unione Europea, che di fatto pare piuttosto lontana dall’idea di Europa di chi ne aveva voluto porre le fondamenta, non è detto che sia ormai del tutto impossibile. Ma temo in cuor mio che questo purtroppo non sempre vada nello stesso senso di marcia, o con la stessa velocità, di coloro che detengono l’egemonia in seno alle sue istituzioni e alla sua economia.

Forse anche quei comportamenti legati più agli interessi delle singole nazioni che non allo spirito dell’Unione, quando alimentati da un sentiment antieuropeista rivolto più alle istituzioni che la governano, piuttosto che all’idea di essa, mi sono detto, hanno contribuito a formare l’immagine negativa di Europa, percepita dai cittadini britannici che hanno scelto il “leave”.

Lasciando per scontato che le motivazioni dei politici che l’hanno perseguita siano diverse da quelle più consone al sentiment popolare, l’uscita dalla UE segna tuttavia – finalmente! verrebbe da dire, pur con espressione non “politically correct” –, la fine di decenni di rapporti antagonistici intrattenuti con l’Unione dalla Gran Bretagna, che ha da una parte saputo sfruttare i tanti pro del suo essere parte dell’Europa, e dall’altra ha utilizzato il suo esserne parte per dispiegare dall’interno ogni capacità di interdizione, rallentamento e condizionamento per tutto ciò che non rientrasse nel suo diretto vantaggio o che fosse contrario alle visioni politiche domestiche, in particolare alle dinamiche interne del Tory Party e dei suoi sostenitori.

Johnson ha sottolineato che con l’uscita dal mercato unico e dall‘unione doganale, la Gran Bretagna ha ottenuto finalmente quel che voleva, sottraendosi ai diktat di Bruxelles, e ha al tempo stesso asserito che per il futuro: “faremo noi le nostre leggi, potremo essere innovativi e creativi in tutti i settori, dalla finanza alla biotecnologia, potremo tutelare l’ambiente e sostenere i nostri agricoltori come vogliamo”. Non mancando poi di sventolare l’altra immaginifica bandiera nazionale britannica: i mari, madri dell’espansionismo imperiale ed economico d’oltremanica dei secoli scorsi, affermando di riprendersi finalmente per la prima volta dal 1973 il controllo delle acque territoriali. Unitamente alla questione della frontiera nord irlandese, la trattativa con l’UE per i diritti di pesca ha infatti costituito uno degli scogli più ardui da superare. Boris Johnson aveva più volte stigmatizzato la presenza dei pescherecci europei nelle acque britanniche come un vero e proprio affronto alla sovranità britannica. Pazienza che il Regno Unito non possa in realtà consumare tutto il pesce pescato e non disponendo di adeguate capacità di lavorazione e stoccaggio, debba comunque esportarlo, anche nella stessa UE. Ma infine anche qui l’accordo c’è stato: i pescherecci europei potranno continuare a pescare nelle acque britanniche per i prossimi cinque anni (non solo per i tre inizialmente previsti), anche se la quantità del loro pescato sarà ridotta.

Ma questa ormai – come suole dirsi – è storia. Sta di fatto che non tutto è risolto, anzi! I semplici cittadini e gli operatori economici dovranno d’ora in poi sottoporsi alla prova del vissuto quotidiano, degli atti semplici della vita e dei commerci, che la burocrazia sapientemente complica e affanna per chi non ne sia avvezzo, al fine di testare con mano gli effetti reali prodotti dalla nuova situazione.

Si è letto come il documento di accordo consti di più o meno 2000 pagine, che non è arduo immaginare piuttosto tecniche, e magari non sempre facili da leggere per i non addetti ai lavori. Pagine di regole, definizioni e dizioni specialistiche, di rimandi a concetti e norme, pregresse e nuove, che necessiteranno presumibilmente di ulteriori protocolli di attuazione, magari da affinare in corso d’opera nei prossimi mesi o anni. Le pagine dell’accordo sono state certamente frutto di un lavoro complesso da parte degli esperti, che le hanno scritte perseguendo gli obiettivi spendibili che i politici di entrambe le parti hanno loro indicato. Si tratta di pagine, tuttavia, che successivamente alle frasi pronunciate di fronte ai microfoni, devono poi nella sostanza divenire pane quotidiano per i singoli soggetti che rispondono a nomi e cognomi o sigle societarie; per coloro che sono da una parte e dall’altra i semplici cittadini e le realtà produttive e di scambio, di beni e di servizi. Di coloro, in sostanza, che per condurre a buon fine il proprio lavoro dovranno necessariamente confrontarsi con adempimenti, uffici e burocrazia cui da decenni non erano abituati e, nella peggiore delle ipotesi, con interpretazioni magari non sempre univoche rispetto a situazioni ad ora nuove nella pratica corrente. Ma non ho dubbio che tutto questo passerà. Le situazioni evolveranno naturalmente verso la pratica quotidiana che smorza tutto. Se tuttavia ciò può essere pacifico da pensare per i semplici cittadini, potrebbe forse non presentarsi un percorso altrettanto agevole per organismi e operatori economici.

Al fine di documentarmi e riflettere, ho fatto ricerche sul web riguardo il tema Brexit. Ho trovato articoli pubblicati negli ultimi quattro anni da giornali, da riviste più o meno specializzate in fatti politici od economici, su siti web di associazioni di categoria e di consumatori, di enti pubblici e privati, di studi professionali e di consulenza alle imprese. A meno che mi siano sfuggiti, non ho trovato libri interi per ora dedicati all’argomento; neanche c.d. “instant books”, che di solito invece proliferano rispetto al racconto o analisi di fenomeni socio-economici estesi come questo. L’argomento è forse troppo tecnico, mi sono detto; più da prontuario d’uso che non da saggio di studio. Oppure, altro pensiero, è argomento che forse è meglio in fin dei conti lasciarsi alle spalle, silenziare piuttosto che agitare. In ogni caso, oggi non siamo più al punto delle previsioni e delle analisi legate a scenari ipotizzabili, che pur abbondavano fino a pochi mesi fa.

Ho letto con interesse l’articolo dell’8 gennaio scorso su “Risk & Compliance” riguardo il “Trasferimento di dati personali: l’effetto Brexit”, e mi sono detto: ecco, ci siamo. È il momento di pensare alla pratica di tutti i giorni e capire come agire rispetto alle tante tematiche coinvolte.

In una notizia flash in rete del 12 gennaio, si riporta che: “A chi arriva in Europa dal Regno Unito vengono sequestrati i panini”. I notiziari della televisione olandese hanno trasmesso alcuni filmati in cui vengono ripresi dei conducenti, che arrivano col traghetto dal Regno Unito alla dogana con i Paesi Bassi, cui vengono sequestrati dei panini al prosciutto. Le norme in vigore dopo Brexit vietano infatti le importazioni personali di carne e latticini nell’Unione Europea. Ecco, è questo che intendo. Ho letto con un sorriso questa piccola notizia, derubricabile per i cittadini come nota di folklore, ma si tratta tuttavia, per quanto minimale, di una cosa pratica reale capace di assurgere a immagine, una volta di più, delle complicanze burocratiche amministrative sui gesti quotidiani. E comunque la si voglia vedere, non aiuta.

Già nel mese di novembre del 2020 leggevo un articolo nel quale veniva intervistato il “responsabile della comunicazione e portavoce per il Regno Unito in Italia” presso l’Ambasciata Britannica a Roma, per “fare il punto su tutte le novità dell’effetto Brexit”. Nell’intervista in questione, il tema era in realtà circoscritto alla fine della libera circolazione delle persone, e la risposta del funzionario era univoca: non cambia nulla. Benvenuti i turisti, benvenuti gli studenti, benvenuto chi viene a lavorare. Il messaggio era: “il Regno unito rimane aperto ai talenti italiani, sia nella sfera lavorativa che in quella accademica. L’attrazione delle competenze resta centrale.” Sulla stessa scia, nel medesimo articolo, c’era l’accenno al “Global Talent Visa”, con il quale “si garantisce una corsia preferenziale a scienziati, ricercatori e a tutte le eccellenze nel campo della scienza, delle discipline umanistiche, dell’ingegneria, delle arti, della tecnologia digitale. Insomma, i talenti italiani continueranno a essere i benvenuti nel Regno Unito.”

Al di là degli scopi dell’articolo, i significati da parte britannica di quelle dichiarazioni mi sono subito sembrati palesi: voglio scegliere, e posso, solo il meglio e solo quello che mi conviene.

Il premier Johnson, annunciando il deal con Bruxelles, ha affermato: “L’accordo di libero scambio con l’Ue ci aiuterà a “difendere i posti di lavoro” nel Regno Unito e allo stesso tempo ci consentirà di “riprendere il nostro destino nelle mani” uscendo dal mercato unico e dall’unione doganale dal primo gennaio 2021 per “prosperare” facendo fruttare nuove opportunità”. E anche qui il significato mi sembra chiaro e, aggiungo per quel che riguarda gli studenti, che ad accordo fatto viene poi fuori che il Regno Unito ha deciso di non partecipare più al programma Erasmus, e le conseguenze in questo campo non sono buone per gli studenti europei, ma non solo, forse, viste le proteste interne che sono seguite in UK alla notizia.

1/2  to be continued

LEGGI QUI l’articolo successivo 2/2,  Brexit e aspetti pratici doganali

 

Intervento del Dott. Gennaro Giancarlo TROISO, Consulente ed Esperto di compliance e AML in ambito finanza e intermediazione nonché Socio Fondatore di AICOM (Associazione Italiana Compliance)

 


Per approfondimenti, consultare i seguenti link e/o riferimenti:

ISPI Online Publications, Brexit: ecco l’accordo – dicembre 2020

ANSA, Brexit raggiunto l’accordo. Johnson: ‘Restiamo amici dell’Europa’. Von der Leyen: ‘Oggi voltiamo pagina, Gb resta partner’ – dicembre 2020

 



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