Antiriciclaggio AML

Alcuni dubbi sull’efficacia delle attuali strategie antiriciclaggio

31 October 2019

di Andrea DANIELLI

Il Fondo Monetario stima che il denaro riciclato ammonti a una forchetta tra il 2 e il 5% del PIL mondiale, UNODC (l’Agenzia delle Nazioni Unite che combatte il traffico di droga e la criminalità organizzata) ha stimato nel 2011 una cifra pari al 2,7% del PIL globale, ossia 1600 miliardi di dollari.

Per quanto riguarda il nostro Paese, diverse stime cercano di inquadrare il fenomeno: secondo il centro studi Transcrime la ‘ndrangheta fattura circa 3,5 miliardi di euro, il doppio di cosa nostra; per dare un riferimento, in Europa il traffico di droga vale circa 20 miliardi di euro.

Secondo la citata UNODC, che utilizza per la stima il flusso di denaro, la criminalità organizzata italiana fatturerebbe nel complesso qualcosa come 116 miliardi di euro all’anno – ma è probabile che vi rientri anche una parte considerevole di “nero”. Poiché l’antiriciclaggio ha esteso il proprio effetto anche alla lotta all’evasione, è utile riportare le stime ufficiali del fenomeno, pari a circa 107 miliardi secondo il MEF.

Quanto denaro viene speso per contrastare il fenomeno? EY arriva a stimare 270 miliardi di dollari, secondo Ronald F. Pol, un autore decisamente critico, si arriva addirittura a 600 miliardi di dollari includendo il costo del centinaio di agenzie pubbliche che si occupano di contrastare il fenomeno(1). Uno studio della società LexisNexis(2) su dati 2016 ci consente di avere una visione più approfondita dell’Europa; le spese per l’antiriciclaggio sono in Germania pari a 46 miliardi di dollari, 21 in Francia, 14 in Italia.

Negli ultimi due anni le banche hanno assistito a un aumento dei costi di circa il 21%, e il futuro non pare roseo: il 90% del campione si aspetta ulteriori aumenti.

Analizzando le componenti di costo, incidono per circa il 74% le spese per il personale; ripartendo per attività:

  • il 40% dei costi sono per il KYC,
  • il 30% per il monitoraggio delle transazioni,
  • il 30% per la compliance e il management.

Tutti questi soldi stanno producendo risultati? È obiettivo del paragrafo seguente approfondirlo.

VEDIAMO I NUMERI

Intendo ora fare alcune stime che servono per dare un ordine di grandezza, non avendo a disposizione i dati grezzi; comparerò le SARA (Segnalazioni Antiriciclaggio Aggregate) con le SOS (Segnalazioni Operazioni Sospette).

Le SARA, nel 2018, raccolgono tutte le operazioni sopra i 15 mila euro (per i contanti la soglia è 5 mila), siamo di fronte a 330 milioni di transazioni, per un importo di circa 30 mila miliardi di euro. Beninteso, le SARA per loro natura intercettano più volte le stesse operazioni, dato che un bonifico può comparire dal lato dell’ordinante e dal lato del beneficiario. Passando alle SOS, le segnalazioni pervenute nel 2018 hanno riguardato operazioni eseguite per un valore di 71 miliardi di euro contro i 69 dell’anno precedente. Tenendo conto anche della componente di operazioni sospette solo prospettate e non eseguite, il valore complessivo del flusso dell’anno si attesta a 90 miliardi di euro rispetto agli 83 del 2017.

Sono tante o poche? Catturano efficacemente i fenomeni di riciclaggio?

Di queste SOS, circa un terzo ha dato avvio a ulteriori approfondimenti da parte della Guardia di Finanza, 1500 da parte della Direzione Investigativa Antimafia.

Evitando di depurare le SOS da quelle inutili (circa un 20%) o scarsamente significative, e comparando i valori assoluti, si ricava che l’operatività sospetta segnalata è pari allo 0,3% dell’operatività raccolta in aggregato nelle SARA, che, ricordiamo, hanno una soglia tutto sommato abbastanza importante, per lo meno da perdersi buona parte delle transazioni con carte di pagamento (pari a 8 mila miliardi di euro ogni anno). Se aggiungiamo all’aggregato SARA anche le transazioni delle carte di pagamento si arriva allo 0,2%. Ora, è ovvio che non possiamo comparare direttamente questa cifra con i dati in premessa, per il semplice fatto che il PIL misura il valore aggiunto in Italia, mentre le SARA intercettano transazioni che hanno anche natura transnazionale e, in secondo luogo, sono riferite a diversi livelli macroeconomici (pagamento del semilavorato, del prodotto da rivendere, finanziamenti che non rientrano tra gli investimenti ecc). Eppure è difficile non percepire che qualcosa ci stia sfuggendo, a meno che evasione e criminalità non utilizzino mai il circuito bancario – ipotesi inverosimile.

Cerchiamo anche altre proxy: proviamo ad analizzare le sanzioni e i fondi congelati. Nel 2018 sono state avviate dalla UIF 8 contestazioni (tutte a seguito di accertamenti ispettivi) per l’irrogazione di sanzioni amministrative pecuniarie per omessa segnalazione di operazioni sospette. Le contestazioni riguardano operazioni sospette non segnalate per un importo complessivo di circa 2,3 milioni [sic] di euro. La diminuzione degli importi deriva da una modifica del quadro sanzionatorio, che vede ora un’azione più ampia della Vigilanza della Banca d’Italia.
Il citato articolo di Pol utilizza come proxy dell’efficacia delle politiche antiriciclaggio la percentuale di fondi congelati dalla giustizia; secondo fonti UNODC, solo lo 0,2% del denaro di fonte illecita viene congelato.  Per chi avesse curiosità statistiche, questa cifra rischia peraltro di essere ancora più bassa, dato che la variabile proposta, i fondi congelati, pone almeno due problemi metodologici:

  1. il primo è che è difficile stimare quanti fondi siano stati inizialmente intercettati dall’AML degli intermediari, e quanti invece dall’attività investigativa delle forze dell’ordine (addirittura ⅘ dei fondi congelati secondo Pol);
  2. il secondo è che i tempi della giustizia penale variano nei paesi e da tribunale a tribunale, ed è difficile capire quando sono iniziati i processi che hanno portato ai congelamenti attuali.

I LIMITI DEGLI STRUMENTI IMPIEGATI

A fronte della povertà di risultati occorre domandarsi se la battaglia al riciclaggio venga combattuta con i migliori strumenti. A mio modesto parere, v’è un errore genetico nel modo in cui è stato costruito l’intero impianto AML delle banche italiane: lo strumento principe per intercettare le operazioni anomale si basa sui dati dell’Archivio Unico Informatico, una scelta forse di comodo, che si rivela però scarsamente efficace. Difficilmente si può attribuire al software impiegato la colpa: la qualità delle analisi statistiche dipende fortemente dai dati che vi entrano, e in AUI mancano alcune informazioni decisamente utili in fase di identificazione di operatività sospetta, come per esempio le causali in chiaro dei bonifici. Ci sono ovvie ragioni di omogeneità per non includerle, sarebbe in effetti difficile comparare causali che vanno da “auguri di felice matrimonio” a “fattura n° 445”, da “rimborso prestito personale” a “consulenza”; AUI, per essere un registro gestibile, deve sintetizzare i propri dati.

In secondo luogo, l’uso di AUI ha portato a concentrare l’attenzione più sulle transazioni che su chi le effettua, sottovalutando o rendendo manuali, e lunghissime, le analisi che cercano di svelare strutture societarie opache, fittizie, situate in paradisi fiscali ecc, tutti strumenti ampiamente utilizzati dai professionisti del riciclaggio.

In terzo luogo, fino all’entrata in vigore della IV Direttiva, usando AUI non venivano analizzate le transazioni tra intermediari: scarsi controlli su fiduciarie e SGR e impossibilità di identificare nested account, ossia l’utilizzo da parte di una banca estera dell’account di una banca corrispondente, talvolta per celare la propria presenza, per esempio nel caso di sanzioni ed embarghi.

DIFFICOLTÀ DI CREARE BENCHMARKS

In primo luogo, la sensibilità dei dati impedisce alle banche di scambiarsi informazioni e al Regolatore di fare disclosure sui risultati della propria attività ispettiva – sottoposta al segreto d’ufficio.

In secondo luogo, se anche potessimo condividere liberamente informazioni, per esempio sulle SOS effettuate o sui profili di rischio, che interpretazione dovremmo dare ai dati?
Nell’esercizio di autovalutazione che i paesi compiono su richiesta del FATF, le SOS vengono prese come un utile indicatore del rischio di ogni paese, pur mostrando notevoli differenze numeriche (per esempio nel 2006 le transazioni sospette furono 7 mila in Germania e 210 mila in UK) e definitorie (alcuni paesi si concentrano sulla singola transazione, altri sull’operatività).

Se prendessimo un campione di banche, come dovremmo interpretare una banca che effettua un elevato numero di SOS

Si aprono almeno due scenari opposti:

  • nel primo, la banca ha una clientela ad alto rischio, mal selezionata in fase di acquisizione;
  • nel secondo, ha processi AML e software di identificazione di qualità – e un risk appetite implicitamente elevato.

Come decidere tra le due ipotesi?

Non è facile effettuare una peer evaluation, dato che vi sono diversi tipi di banca e diverse linee di business, ognuna con le sue specificità a livello di rischio di riciclaggio. Benchmarks costruiti sulla consistenza numerica dei profili ad alto rischio creerebbero ovviamente un disincentivo ad acquisire clientela che, con gli attuali metri di giudizio, ha maggiore probabilità di essere inclusa nell’alto rischio – con evidente rischio di mancata inclusione finanziaria.

LA COMPLIANCE È UN FRENO ALL’INNOVAZIONE

Un secondo indagato per gli scarsi risultati è il modo in cui la normativa prevede i controlli sui dispositivi antiriciclaggio e antiterrorismo delle banche. Se le previsioni normative non implicano obiettivi in termini di efficacia, anche perché sono empiricamente difficili da stabilire, allora è sufficiente fare il minimo indispensabile, garantendo un rispetto formale dei requisiti. Senza entrare nei tecnicismi della teoria dei giochi, e dover scomodare un equilibrio di Nash, possiamo provare a ragionare in termini di convenienza a fare meglio dei propri concorrenti: mancano gli incentivi, dato che non esistono indici di legalità né argomenti di marketing, e, al contempo, ci sono dei costi maggiori da affrontare se si vuole migliorare la qualità delle proprie segnalazioni, nonché perdite nette quando si decide di rinunciare a clienti a rischio.  Per rispondere a questo trade-off, una soluzione è produrre molte segnalazioni di qualità scarsa barcamenandosi tra un rischio di sanzione e la perdita di clienti danarosi(3).

Un secondo limite della compliance è che le valutazioni sono ex post: la UIF raccoglie le SOS, ossia un limitato sottoprodotto dell’attività di analisi degli intermediari, ma non ha che una visibilità molto indiretta e per aggregati del campione da cui originano.
L’inefficacia dell’approccio di compliance è stata oggetto di riflessioni del FATF, che nel 2013 ha introdotto una metodologia per stimare l’efficacia dei dispositivi nazionali.

Come scrive il Basel Institute on Governance(4), che produce il Basel AML Index, nel passaggio dalla compliance alla misurazione di efficacia, la stragrande maggioranza dei paesi vede un forte peggioramento della propria valutazione:

  1. il 77% dei paesi valutati utilizzando la nuova metodologia non ha ottenuto risultati apprezzabili nel contrasto al riciclaggio,
  2. il 47% ha raggiunto un basso livello di efficacia,
  3. il 40% non ha raggiunto risultati sufficienti nel confiscare i proventi di crimine.

Una strada che produce pertanto non pochi imbarazzi nelle autorità di controllo e regolamentazione, e quindi non si presta a un’immediata percorrenza.

 

Le opinioni espresse in questo articolo non impegnano la responsabilità della Banca d’Italia.


 

Per approfondimenti, consultare i seguenti link e/o riferimenti:

(1) Ronald F. Pol, Uncomfortable truths? ML=BS and AML=BS2 , Journal of Financial Crime, 2018
(2) The true cost of Anti-Money Laundering – European Edition, 2017
(3) Michael Levi, Peter Reuter, Terence Halliday, Can the AML system be evaluated without better data?, Crime Law. Soc. Change, 2018.
(4) Basel AML Index 2018, Basel Institute on Governance



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