PMI: la sfida della sostenibilità

PMI: la sfida della sostenibilità

10 gennaio 2024

di Alessandro MICOCCI

La sostenibilità e la responsabilità sociale di impresa (Corporate Social Responsibility – CSR) sono temi ormai profondamente penetrati nel lessico comune, portando sempre più imprese, soprattutto quelle di grandi dimensioni, a comunicare i propri impegni nel campo dello sviluppo sostenibile e rendicontando, in appositi “bilanci”, i propri risultati e progressi, specialmente in campo ambientale.

Un processo che non è rimasto ovviamente immune anche da pratiche come il greenwashing, cioè quel comportamento scorretto che alcune aziende, le meno virtuose, hanno posto in essere per presentarsi come sostenibili quando in realtà lo erano solo di facciata.

Un comportamento contro il quale il legislatore ha deciso di prendere provvedimenti attraverso una serie di normative. La prima di queste è la c.d. CSRD – Corporate Sustainability Reporting Directive, di cui abbiamo già avuto modo di trattare in alcuni precedenti articoli(1). Questa normativa, in vigore dal 2024, già prevede una serie di procedure per migliorare la comparabilità tra i vari rendiconti di sostenibilità e la comunicazione dei risultati ottenuti, tra i quali:

  1. unico set di principi di rendicontazione per tutte le imprese operanti nella UE, ESRS – European Sustainability Reporting Standards. A tal proposito, sono importanti le attività di allineamento tra l’EFRAG (l’ente europeo chiamato a redigere gli ESRS) e le altre organizzazioni che finora hanno redatto i principi maggiormente utilizzati (es. GRI);
  2. obbligo di congruità dei dati finanziari riportati nel bilancio finanziario e i dati indicati nella sezione di sostenibilità. L’utilizzo della parola “sezione” non è casuale: con la CSRD i dati finanziari non saranno inseriti in un documento separato, bensì saranno parte integrante del bilancio annuale. Questo comporterà inoltre una certificazione da parte del revisore contabile.

Nei prossimi anni dovrebbe essere poi emanata anche la direttiva Green Claims(2), che ha l’obiettivo di intervenire sulle pratiche comunicative, evitando l’uso di frasi troppo generiche o che presentato dati non verificabili.

Le normative fin qui annunciate hanno come perimetro di applicabilità le imprese di grandi dimensioni o, nel caso delle piccole, quotate. Da una lettura superficiale, infatti, sembrerebbero escluse tutte le PMI non quotate. Nella pratica, invece, anche quest’ultime imprese ricadrebbero, seppur in maniera minore, sotto il cappello delle direttive europee. Infatti, le grandi imprese saranno soggette ad un’ulteriore normativa comunitaria, la Supply Chain Due Diligence, che richiederà un monitoraggio lungo tutta la catena del valore. L’attività richiesta influenzerà ovviamente tutte le imprese che trovano nelle imprese soggette alla CSRD in quanto, per poter trattenere rapporto commerciali con esse, dovranno dimostrare di essere a loro volta sostenibili. Non un obbligo formale, ma un incentivo legato alla legge di mercato porterà anche queste imprese ad investire nella riorganizzazione dei loro processi e prodotti al fine di renderli coerenti con i fattori ESG. Un impegno che permetterà di ottenere enormi vantaggi attraverso l’inevitabile aumento della comunicazione con i propri stakeholder esterni e con i partner commerciali:

  • la generazione di una maggiore fiducia e credibilità presso clienti, fornitori, altri stakeholder e società in generale e quindi aumentare la reputazione aziendale. A tal proposito, potrebbe risultare interessante la sinergia tra impresa e mondo non profit. Spesso, infatti, le piccole imprese, rispetto alle grandi, sono molto più interconnesse con il territorio dove risiedono, così come gli Enti del Terzo Settore. Questa comune interconnessione, in aggiunta alla necessità di investire su tutti i fattori ESG e quindi anche sul fronte del Sociale, potrebbe portare a rapporti sempre più stretti tra i mondi profit – non profit, con ricadute importanti sul benessere delle comunità locali;
  • la garanzia di avere finanziamenti a costi ragionevoli e che altrimenti non sarebbero stati disponibili. Seppur le imprese di piccole dimensioni non saranno, al pari di oggi, obbligate ad un rendiconto di sostenibilità, non è raro ricevere, dagli istituti finanziari ai quali si rivolgono, richieste in tal senso. La motivazione spesso risiede negli obblighi per le banche o entità similari di dover investire in prodotti maggiormente green. Ancora una volta, è il rapporto con imprese obbligate la chiave che il legislatore ha scelto di percorrere per intercettare il mondo delle piccole. Un mondo che però rimane formalmente esonerato;
  • possibilità di partecipare ai bandi di finanza agevolata dedicati alle imprese green;
  • ottimizzazione della pianificazione strategica e gestione del rischio. A tal proposito, la sentenza del Tribunale di Catania nel mese di febbraio 2023 circa la mancata predisposizione di adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili delle Società(3), ha fatto emergere nuovamente quel legame tra fattori ESG e normative di compliance nazionali quali l’italiano Decreto Legislativo 231/2001. Per quanto non sia obbligatorio, anche alla PMI è consigliato l’adozione di tale modello al fine di evitare le sanzioni che scatterebbero nel caso venisse commesso un reato tra quelli previsti dal decreto. Poiché alcuni reati sono relativi a tematiche rilevanti anche per i fattori ESG, investire nella sostenibilità potrebbe comportare ad economie di scala tali da divenire conveniente anche l’adozione del modello 231;
  • l’ottimizzazione delle chance di dismissione, vendita o cessione dell’attività fornendo elementi migliori su cui basare la valutazione. Non bisogna mai dimenticare che l’impresa che investe nella sostenibilità è un’entità più resiliente all’andamento dell’economia, con maggiori rendimenti nel lungo periodo. Tutto questo si traduce in un fattore positivo che, nel caso di cessione, non potrà non essere valorizzato.

Un impegno verso la sostenibilità pieno di vantaggi quindi, ma molto oneroso. Molti imprenditori potrebbero non essere interessati per motivi di business o motivi puramente economici, rischiando però di essere tagliati fuori da quella catena del valore che abbiamo già menzionato. Altri, potrebbero optare verso una trasformazione in società benefit o l’adozione volontaria dei principi di rendicontazione. In entrambi i casi, il problema delle PMI rimane la loro dimensione: spesso non hanno un’organizzazione interna e/o risorse finanziare tali da supportare la “rivoluzione verde che arriverà dal 2024. Saranno pertanto molto importanti le decisioni che le Istituzioni europee e l’EFRAG prenderanno per supportare le PMI anche attraverso dei principi di rendicontazione semplificati, come la bozza dei principi VSME (Voluntary ESRS for Small- and Medium-Sized Enterprises)(4) pubblicata nel mese di novembre scorso.

Le opinioni espresse e le conclusioni sono attribuibili esclusivamente all’Autore e non impegnano in alcun modo la responsabilità di Fintecna S.p.A.-Gruppo CDP


Per approfondimenti, consultare i seguenti link e/o riferimenti:

(1) A. MICOCCI (2023), “Il bilancio di sostenibilità e le nuove sfide degli Internal Auditors”, Risk & Compliance Platform Europe; www.riskcompliance.it

(2) A. MICOCCI (2023), “Greenwashing e Green Claims”, Risk & Compliance Platform Europe; www.riskcompliance.it

(3) A. MICOCCI (2023), “Adeguati Assetti: il legame fra fattori ESG e crisi d’impresa ”, Risk & Compliance Platform Europe; www.riskcompliance.it

(4) EFRAG (2023), Voluntary ESRS for non-listed Small- and Medium-Sized Enterprises – Exposure Draft (VSME ESRS ED), 8 November 2023



Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono segnati con *