I futuri possibili tra apocalisse e sostenibilità

I futuri possibili tra apocalisse e sostenibilità

29 maggio 2024

di Giorgio IRTINO

Nell’arco di pochi anni, il fenomeno della sostenibilità è diventato talmente rilevante al punto che oggi non è concesso immaginare un futuro che non sia il risultato delle scelte sostenibili attuali. Anzi, questo futuro viene normalmente presentato come l’unico possibile perché in assenza di sostenibilità sembra che il mondo sia destinato a scomparire. 

Chi si occupa di previsione strategica dovrebbe riconoscere che questo scenario è concettualmente sbagliato perché lo studio del futuro richiede sempre l’elaborazione di molteplici opzioni: potrà esistere un futuro sostenibile ma anche un futuro senza sostenibilità, così come potrà esistere un futuro dominato dall’intelligenza artificiale ma anche un futuro senza di essa.

Non bisognerebbe privilegiare la visione di un unico futuro desiderabile rispetto a una pluralità di visioni plausibili e/o probabili. Quando questo succede, ci troviamo di fronte a un tentativo di colonizzazione del futuro, ovvero all’elaborazione di una visione stabilita a tavolino da chi ha il potere e l’interesse per farlo.

Due Visioni Estreme

Tornando alla sostenibilità, la tendenza diffusa è quella di contrapporre due scenari futuri estremi prevalentemente basati sul fenomeno dei cambiamenti climatici.

  1. In assenza di provvedimenti drastici sulla riduzione delle emissioni si presuppone che un incremento della temperatura media terrestre di 2,3°C entro il 2050 possa avere conseguenze apocalittiche, sia ambientali che sociali (eventi catastrofici, crollo dell’economia, aumento delle diseguaglianze e del livello di conflittualità);
  2. di contro, una transizione virtuosa verso la riduzione delle emissioni consentirebbe di mantenere l’incremento della temperatura sotto la soglia di 1,5°C e questo non solo favorirebbe la salvaguardia dell’ambiente ma stimolerebbe anche una nuova era di sviluppo economico e sociale (aumento del PIL, riduzione del debito pubblico, calo della disoccupazione). 

Per raggiungere obiettivi tanto ambiziosi quanto a volte irrealistici o irragionevoli sui temi della decarbonizzazione, l’attuale Parlamento Europeo ha spinto a fondo l’acceleratore a suon di disposizioni e direttive sempre più restrittive e impositive:

  • COP21 accordo sul clima,
  • Green deal europeo,
  • Fit for 55,
  • Tassonomia EU,
  • CSRD e CSDDD.

Tali iniziative sono state definite per forzare una specifica visione del futuro che promuove nuovi valori, senza preoccuparsi troppo della loro accettazione sociale e del fatto che certi provvedimenti minano seriamente la residua competitività delle industrie europee, distruggono l’economia e il lavoro, finendo invece per favorire i Paesi dove la sostenibilità non è sicuramente vista come una priorità. L’ottimistica importanza che viene attribuita alla sostenibilità è infatti una caratteristica prevalentemente europea, mentre il resto del mondo sembra essere meno intransigente su certe tematiche.

Due Visioni Intermedie

In realtà, trai i due scenari estremi della catastrofe e della transizione sostenibile ne possono essere teorizzati altri due decisamente più probabili.

  1. Lo scenario statico ha una connotazione più negativa, che si avvicina maggiormente alla catastrofe, in quanto si basa sulla eventualità di raggiungere entro il 2050 un incremento di temperatura pari a 1,9°C determinato dal protrarsi della situazione attuale, sicuramente più controllata che in passato, ma comunque ancora priva di azioni di contrasto risolutive.
  2. Lo scenario di transizione tardiva invece ha una connotazione più positiva, che si avvicina maggiormente alla transizione sostenibile, in quanto si basa sulla eventualità di raggiungere entro il 2050 un incremento di temperatura pari a 1,7°C grazie all’attuazione di azioni di contrasto più morbide e graduali che però richiedono maggior tempo per produrre gli effetti desiderati.

Il trend mondiale verso la sostenibilità è abbastanza contraddittorio e conferma che le visioni intermedie sono molto più attendibili di quelle estreme:

  • mentre da un lato si spinge a convenienza sul perseguimento degli obiettivi fissati nell’Agenda ONU 2030, dall’altro lato si tollerano e addirittura si sostengono situazioni di sfruttamento reiterato delle risorse naturali, di conflitto bellico, di flussi migratori dovuti a povertà e fame, di discriminazione e intolleranza rispetto ai diritti fondamentali (il lavoro, la salute, l’istruzione);
  • nonostante l’ISO abbia inserito nella high-level-structure delle norme che regolamentano i sistemi di gestione l’obbligo di valutare la rilevanza dei cambiamenti climatici sul contesto aziendale, non sono ancora stati definiti standard che consentano una rilevazione precisa delle emissioni e la loro ripartizione per dipendenti e per fatturato in modo da disporre di un indice che consenta di fare confronti settoriali e stabilire soglie di significatività in base a cui calibrare le azioni di mitigazione e/o adattamento.

Cosa ci riserva il Futuro?

Sulla base delle situazioni attuali, dei megatrend e dei segnali deboli a nostra disposizione, possiamo ragionevolmente pensare che il mondo si stia avviando verso un futuro in cui lo sviluppo sostenibile a livello globale potrebbe riservare molte sorprese. Se il momento di conflittualità internazionale che stiamo attraversando dovesse proseguire a lungo o addirittura estendersi verrebbero meno la coesione d’intenti e la cooperazione pratica necessarie per affrontare le grandi sfide dei cambiamenti climatici. Se le difficoltà di approvvigionamento alimentare ed energetico e le necessità di sicurezza dei singoli Paesi dovessero aumentare, questo distoglierebbe l’attenzione e la priorità dagli aspetti ambientali.

Laddove invece si tentasse di forzare la sostenibilità configurando un eccesso di compliance si potrebbero creare effetti collaterali indesiderati. Per esempio, in Europa potrebbe succedere che:

  • Il prossimo rinnovo del Parlamento Europeo potrebbe riservare grandi sorprese nell’elezione dei rappresentanti degli Stati membri andando a configurare una nuova maggioranza (o un’opposizione molto più consistente di quella odierna) ideologicamente contraria all’onda lunga della sostenibilità; 
  • Le aziende soggette a requisiti cogenti troppo severi potrebbero tornare a delocalizzare le loro attività in Paesi extra-europei per evitare l’applicazione delle normative eccessivamente restrittive, oppure potrebbero scorporare e suddividere le proprie attività per aggirare gli obblighi basati su parametri dimensionali;
  • La prevedibile crisi economica ed occupazionale determinata dalla perdita di competitività potrebbe determinare un livello di instabilità sociale tale da preferire una riconsiderazione di alcuni provvedimenti.

Andiamo dunque verso un mondo in cui la sostenibilità coesisterà con il degrado e questo dipenderà dalle scelte dei singoli Paesi:

  1. qualcuno correrà verso l’apocalisse della guerra, della povertà, del disastro climatico mentre
  2. altri daranno vita a ecosistemi virtuosi grazie alla tecnologia, alla tutela dell’ambiente, alla generazione di ricchezza.

Per ridurre le distanze tra gli estremi bisognerebbe ridimensionare l’enfasi sulla sostenibilità, riportare il sistema economico a una situazione di equilibrio concedendo flessibilità alle economie mature e  ponendo barriere allo sviluppo selvaggio delle economie emergenti, creando condizioni di competitività eque, tutelando i valori tradizionali con graduali aperture ai valori innovativi in una visione di tolleranza, di coesistenza pacifica e di tutela dei diritti ma senza forzature ideologiche.



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