CSRD bilancio sostenibilita

CSRD – La nuova direttiva sul bilancio di sostenibilità

11 January 2023

di Alessandro MICOCCI

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana (…)”

Quando Robert Kennedy pronunciava queste parole nel lontano 1968 presso l’università del Kansas, le performance aziendali erano misurate solamente sulla base dei dati finanziari. Infatti, se fino a qualche anno fa la sostenibilità era un argomento trattato ancora a livello accademico o ancora da pochi professionisti del settore, al giorno d’oggi, con l’approvazione della Direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive), qualcosa sta cambiando e sempre più velocemente.

A livello macroeconomico si è cominciato a comprendere sempre più che il PIL non è sufficiente a misurare il valore reale del benessere degli Stati cosi come il solo bilancio finanziario non lo è più per le imprese. Con il passare del tempo, argomenti quali l’ambiente e il sociale sono diventati decisamente più popolari e, inevitabilmente, il mondo delle imprese non può più limitarsi a dare un elenco ridotto di informazioni per valutare realmente lo stato delle cose.

È stato infatti compreso come il business aziendale influenza ed è influenzato dalla Società in cui l’impresa opera e che, il contesto sociale, richiede alle aziende di non essere solamente delle mere creatici di valore in termini di utile, ma, altresì chiede loro di svolgere un ruolo sempre più attivo anche in termini di principi ESG.

Per questi motivi, le imprese, oltre ai dati finanziari, dovranno informare anche:

  • sul come, i loro processi, impattano in termini ambientali e sociali e
  • come questi, a loro volta, impattano sull’impresa (c.d. doppia materialità).

Questa nuova e più ampia informativa è una delle novità della nuova direttiva: non un mero cambiamento formale, quindi, ma una nuova prospettiva. Per fare ciò, le imprese dovranno trovare nuovi modelli per misurare la sostenibilità, e ciò comporterà il rivedere e modificare:

  • i propri processi,
  • le proprie strategie,
  • la propria value chain e, di conseguenza,
  • anche la propria supply chain.

Un percorso che non sarà assolutamente privo di difficoltà e di costi. Infatti, se concetti come gli impatti sull’ambiente saranno “facilmente” misurabili (semplificando, ci si può basare sul valore della Co2 emessa), altri invece, come gli impatti sociali, richiederanno, come già detto, la ricerca di nuovi metodi di valutazione.

Direttiva CSRD dicevamo. La nuova Direttiva, approvata nel mese di novembre 2022, entrerà in vigore a partire dal mese di gennaio 2024, per quelle imprese già soggette alla NFRD (Non-Financial Reporting Directive), e impatteranno da gennaio 2025 sulle grandi imprese come definite dall’art. 3 della direttiva 2013/34/EU. Le piccole e medie imprese quotate, invece, avranno ancora un paio di anni a disposizione, visto che l’entrata in vigore è rinviata a gennaio 2026.
Va da sé che, dovendo le grandi imprese intervenire anche sulla propria supply chain, le piccole imprese che, pur non essendo obbligate, vogliano lavorare con le imprese obbligate, dovranno in qualche modo rivedere i propri processi e prodotti. Pertanto, questa visione sistemica, potrebbe portare qualche piccola e media impresa a adottare da subito la nuova direttiva.

Per capire meglio la portata della nuova Direttiva, conviene innanzitutto partire dalle novità che essa comprende.

La prima è legata sicuramente al contenuto del report di sostenibilità. A tal proposito, essa punta a ridurre la soggettività da parte delle imprese nella redazione dei report e lo fa obbligando la Commissione a adottare appositi standard minimi di redazione. Questi standard avrebbero una duplice funzione:

  • da un lato renderebbero i report maggiormente comprensibili da parte dei relativi stakeholder;
  • dall’altro migliorerebbe la possibilità di confrontare i report di diverse imprese.

Report omogenei e confrontabili rendono quindi la sostenibilità, per l’impresa con risultati migliori, un vantaggio competitivo sia in termini di immagine, sia verso gli investitori che, sulla base delle performance ESG, decidono le proprie strategie di investimento.

Le aziende con performance migliori saranno viste dal mercato e dagli investitori come coloro che, meglio di altre, sapranno investire nel progresso, nel benessere della collettività, senza venire meno al proprio ruolo di creatori di valore. Verrebbero percepite come le imprese che, più delle altre, sono capaci di ridurre i rischi. La sostenibilità, quindi, dovrà essere intesa come un obiettivo di crescita di lungo periodo.

Per essere chiari e completi, i report dovranno quindi contenere, necessariamente:

  • informazioni in merito ai fattori ambientali (biodiversità, economia circolare, inquinamento, mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, risorse idriche),
  • informazioni in merito ai fattori sociali e,
  • informazioni sul governo dell’impresa (ruolo degli organi di gestione, controllo interno, etica aziendale, attività di lobbying e rapporti con gli stakeholder).

La nuova direttiva richiede quindi un passaggio in più rispetto a prima: la sostenibilità entra maggiormente dentro il report, superando il concetto di semplice “informativa”, ma diventando sempre più parte integrante del bilancio.

Le imprese dovranno quindi investire sui processi che attualmente portano alla redazione del bilancio e, di conseguenza, dovranno rivedere e rimodulare anche il proprio sistema di controlli interni.

Il ruolo del revisore viene quindi rivisto alla luce della nuova Direttiva, la quale prevede ora un’attestazione specifica anche sulla rendicontazione di sostenibilità e che dovrà contenere requisiti ben delineati e previsti dalla stessa Direttiva. L’attestazione del revisore sarà quindi influenzata dall’oggetto dell’attività di audit. Si avrà quindi, una reasonable assurance quando l’oggetto dell’attività di revisione è la misurazione del sottostante rispetto a determinati criteri; limited assurance se le valutazioni analizzate risultano errate.

Questo diverso ruolo del revisore comporta una serie di novità che chiaramente sono comprese nella CSRD, come il venir meno di alcuni vincoli legati alla sua indipendenza. Ad esempio, il revisore legale non dovrà più considerare le attività sulla relazione di sostenibilità tra quelle vietate in quanto incompatibili con l’incarico di revisione sul bilancio finanziario.

Infine, pur rimanendo una facoltà da parte degli Stati membri dell’Unione, la CSRD prevede la possibilità che l’impresa possa scegliere di affidare l’incarico per la revisione del bilancio di sostenibilità allo stesso revisore del bilancio finanziario, altresì a due diversi revisori. Nel caso si optasse per il doppio revisore, questa scelta comporterà necessariamente maggiori costi in termini economici e/o gestionali e dovrà quindi essere valutata attentamente da parte dell’azienda.

Ricapitolando, quindi, la sostenibilità non sarà più intesa come un onere finalizzato a cavalcare gli interessi di una parte sempre più rilevante della clientela, ma l’obiettivo su cui investire realmente per ottenere un vero e duraturo vantaggio competitivo nel business.

Intervento di Alessandro MICOCCI, Dottore Commercialista e Revisore Contabile \ Senior Accountant ℅ Fintecna S.p.A.-Gruppo CDP

Le opinioni espresse e le conclusioni sono attribuibili esclusivamente all’Autore e non impegnano in alcun modo la responsabilità della Banca d’Italia.



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