Banca Etruria

Genesi, Normativa e Stato Attuale delle Fondazioni di origine bancaria – Parte 4 (conclusioni)

02 July 2017

di Salvatore Carrano

 

Lo stato attuale delle Fondazioni: da Fondazioni di origine bancaria a comuni Fondazioni

Le Fondazioni non hanno una proprietà esterna, non hanno cioè azionisti che possano indirizzare l’istituzione verso un certo tipo di gestione e che possano rivendicare i dividendi corrispondenti al frutto di una buona gestione. Le Fondazioni, in effetti, appartengono a se stesse, non hanno un fine di lucro specifico, nel senso che non devono remunerare un capitale, non attribuiscono a terzi alcun dividendo. Gli amministratori sono nominati, secondo le norme statutarie, in modo da rendere possibile il raggiungimento dei fini istituzionali, spesso esplicitati nell’aiuto alle classi povere, nella promozione dell’arte e della cultura, nell’aiuto alle iniziative assistenziali e sanitarie, con un riguardo specifico alla zona geografica di insediamento”.

Il virgolettato appena sopra è una sapiente quanto dettagliata descrizione del prof. Tagliavini, risalente a venti anni or sono, che pennella il modello ideale e lo stato attuale delle Fondazioni.

È un’estesa definizione che soddisfa quanti considerano questi enti, privati e senza fini di lucro, di grande aiuto alla crescita sociale, economica e culturale del territorio in cui operano. Chi però ritiene (e non sono pochi) che le Fondazioni siano nate anche, o soprattutto, per esercitare il controllo sulle società bancarie che esse stesse hanno partorito, trova la descrizione del prof. Tagliavini incompleta e sbilanciata. Per questi soggetti le Fondazioni sono principalmente un “mostro giuridico” concepito dal potere politico col fine di conservare saldamente il controllo sulle istituzioni bancarie. Le Fondazioni hanno, fin dalla loro comparsa, diviso le opinioni sulle loro effettive finalità unicamente filantropiche. E, d’altronde, l’originaria normativa, che affidava obbligatoriamente all’ente conferente il totale controllo della banca sottostante, lascia facilmente intendere che le Fondazioni erano state create per renderle proprietarie del loro stesso artificioso concepimento. Probabilmente una privatizzazione per tappe era anche l’unica strada percorribile perché il potere politico non avrebbe mai accettato di privarsi del controllo sulle istituzioni bancarie. Si realizzò così un compromesso che consentiva alla politica di utilizzare i dividendi percepiti dalle partecipazioni delle conferitarie per scopi certamente istituzionali ma, gestendo i fondi erogati per scopi umanitari o di pubblica utilità, anche di accrescimento del consenso elettorale soprattutto locale. Nel contempo, però, le premesse per una reale e completa privatizzazione erano state create: “Prima si privatizzano le banche poi si penserà a liberarle dal controllo pubblico”. E così è stato perché ormai le partecipazioni dirette nelle S.p.A. sottostanti, detenute dalle Fondazioni, sono marginali, espressamente minoritarie e addirittura, in diversi casi, nulle o irrisorie per affermare che le Fondazioni siano enti che ingeriscono nella gestione delle società bancarie.

Dati alla mano, dall’ultimo rapporto ACRI del dicembre 2015:
• le Fondazioni che non detengono partecipazioni nella conferitaria sono 31;
• le Fondazioni che detengono partecipazioni nella conferitaria inferiori al 50% sono 47 e di queste ultime, 27 sono inferiori al 5%, 10 oscillano tra il 5 e il 20% e le restanti 10 sono comprese tra il 20 e il 50%;
• 10 Fondazioni detengono tuttora partecipazioni nella conferitaria maggiori del 50% e rientrano nella specifica normativa contenuta all’art. 4, decreto legge n. 143/2003 che prevede una deroga a favore delle Fondazioni che nel bilancio del 2002 possedevano un patrimonio netto contabile fino 200 milioni di euro e delle Fondazioni con sede nelle regioni a statuto speciale. Queste ultimi dieci enti, essendo di piccole dimensioni, rappresentano appena il 3% del totale dei patrimoni delle Fondazioni.

Volendo considerare le sole 57 Fondazioni che ancora detengono una partecipazione nella banca conferitaria, la quota di capitale sociale detenuta è di circa il 17 %. Se però la quota di capitale sociale detenuta è calcolata con riferimento al totale delle 88 Fondazioni, la percentuale scende sotto il 5%.

Insomma, se le Fondazioni per oltre un ventennio sono state il governo delle banche, adesso il loro ruolo, privo ormai di significativi legami con l’attività bancaria, si è allineato quasi totalmente agli altri enti di erogazione no profit.

È anche probabile che la recente crisi economica, impoverendo le banche, abbia reso meno traumatico il distacco delle Fondazioni dalle proprie conferitarie. D’altronde le banche non sono più le galline dalle uova d’oro degli anni addietro, ora sono delle bisognose società che producono perdite, soffrono di crediti deteriorati e lamentano esuberi di personale. C’è ben poco da ricavare profitti dalle partecipazioni nelle conferitarie, semmai le Fondazioni (così com’è successo a quella del Monte dei Paschi che ha sperperato più di quattro miliardi in inutili aumenti di capitali per evitare il fallimento della banca sottostante) si sono svenate per soccorrere la propria partecipata. E se l’impoverimento della Fondazione Monte dei Paschi è l’esempio più eclatante, a diverse altre non è andata granché meglio visto che dal 2008 le Fondazioni hanno impiegato – con sconfortanti risultati – complessivamente 20,5 miliardi per scongiurare il collasso patrimoniale delle società bancarie partecipate. Supporta quanto appena sostenuto l’immutato, o addirittura lievemente incrementato, patrimonio che mantengono, rispetto al 2007, alcune Fondazioni (prime fra tutte Cariplo e Compagnia di San Paolo) che in tempi pre-crisi hanno dismesso gran parte delle quote di partecipazione delle conferitarie.

Sono calati i patrimoni delle Fondazioni, passati dai 57,5 miliardi del 2007, ai 48,5 miliardi del dicembre 2015 e con essi le erogazioni, che in dieci anni, diminuendo di circa 800 milioni di euro, sono praticamente dimezzate.

Nate proprietarie delle loro stesse creature, le Fondazioni, colpevoli di “potestà amorale”, non hanno saputo resistere alla tentazione di esercitare per troppo tempo la conveniente “tutela” di imprese che avrebbero dovuto, in completa autonomia e già nei primissimi anni di vita, elaborare efficaci strategie gestionali, tipiche delle aziende profit, per affrontare e superare la concorrenza del settore.

Non si può fare a meno delle banche e le erogazioni delle Fondazioni sono preziosamente sussidiarie per lo sviluppo economico e sociale del territorio ma banche e Fondazioni perseguono scopi troppo diversi ed è bene che percorrano, come stanno finalmente facendo, un cammino proprio e separato.



Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono segnati con *