Appalti pubblici e infiltrazioni mafiose: strategie e strumenti

Appalti pubblici e infiltrazioni mafiose: prevenzione, strategie di contrasto e strumenti operativi avanzati

29 agosto 2025

di Nicola LORENZINI

Introduzione

Gli appalti pubblici costituiscono da sempre un settore strategico per lo sviluppo infrastrutturale, economico e sociale del Paese. Tuttavia, rappresentano anche una delle aree più esposte al rischio di infiltrazione da parte della criminalità organizzata, in particolare delle mafie cosiddette “imprenditoriali”. 

Queste ultime, con un’evoluzione silenziosa ma pervasiva, hanno affinato le proprie tecniche di mimetizzazione e penetrazione nei meccanismi leciti dell’economia pubblica. 

La Relazione DIA 2024, recentemente pubblicata, offre uno spaccato allarmante che va ben oltre i confini delle regioni meridionali, toccando profondamente anche il Nord Italia. Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia emergono come territori vulnerabili, non solo per il volume di risorse in gioco, ma anche per la complessità delle filiere produttive e dei meccanismi di controllo.

Oggi le mafie non si limitano a esercitare coercizione, ma costruiscono sofisticati schemi societari, si avvalgono di professionisti compiacenti e sfruttano la scarsa vigilanza su flussi finanziari opachi. 

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), con il suo enorme impatto economico, rappresenta un banco di prova cruciale per la tenuta delle istituzioni e degli operatori pubblici e privati. 

Non è solo una questione di legalità formale: la posta in gioco è la competitività, la trasparenza e l’equità del sistema economico nazionale.

Appalti pubblici: terreno fertile per mafie imprenditoriali

Secondo quanto riportato dalla DIA, «le mafie presenti sul territorio si sono rese autonome […] i fondi del PNRR e gli appalti pubblici interessano le organizzazioni criminali». Il controllo occulto delle gare pubbliche consente loro di ottenere profitti leciti con capitali illeciti, falsando il mercato, alterando le dinamiche concorrenziali e drenando risorse pubbliche. 

In Lombardia sono emersi numerosi casi di imprese che, pur formalmente in regola, erano di fatto controllate da clan criminali. Attraverso l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, l’utilizzo di prestanome e la creazione di subappalti opachi, i gruppi mafiosi sono riusciti a riciclare fondi e ad aggiudicarsi commesse pubbliche rilevanti.

Anche il Veneto non è esente da infiltrazioni. Settori particolarmente sensibili risultano:

  1. quello sanitario, con forniture truccate, e
  2. quello dei rifiuti, spesso utilizzato come leva per operazioni di riciclaggio. 

Nel solo 2024 sono stati emessi più di 760 provvedimenti interdittivi antimafia e sequestrati beni per oltre 93 milioni di euro. 

Il dato non fotografa episodi isolati, ma un sistema strutturato, che richiede una risposta sistemica e non emergenziale.

Caso recente: maxi-frode da Treviso a tutta Italia

L’indagine condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Treviso ha portato alla luce una frode su scala nazionale nel settore degli appalti pubblici

Protagonista è il consorzio EGB Group, formalmente in possesso di tutte le certificazioni necessarie (SOA, Società Organismo di Accettazione), ma già destinatario di interdittiva antimafia nel 2024

Tra il 2019 e il 2020, il consorzio ha agevolato l’assegnazione truffaldina di appalti pubblici a oltre 40 imprese italiane, incassando provvigioni pari al 3% del valore dei lavori, senza mai fornire i servizi pattuiti.

I proventi venivano riciclati attraverso società riconducibili al rappresentante legale e ai suoi familiari, con trasferimenti di fondi su conti esteri, in particolare in Romania. 

Il danno stimato supera i 10 milioni di euro, con 99 indagati e l’apertura di procedimenti da parte di 14 Procure regionali della Corte dei conti. 

Questo caso mostra con evidenza la capacità delle mafie di sfruttare le debolezze amministrative, creando strutture societarie fittizie che sfuggono ai controlli tradizionali. 

Quando la legalità diventa facciata

Negli ultimi anni abbiamo moltiplicato norme, linee guida, organismi di vigilanza e strumenti digitali. Eppure, la criminalità organizzata continua a infiltrare i meccanismi degli appalti pubblici con sorprendente efficacia. Perché?

Forse dovremmo cominciare a chiederci se il sistema che stiamo difendendo è davvero costruito per resistere. Oppure, se nella sua complessità burocratica e frammentazione istituzionale, stia inconsapevolmente aprendo varchi. Il caso EGB Group, con 40 appalti truccati e 99 indagati in tutta Italia, non è solo l’ennesimo scandalo: è la conferma che l’uso legittimo degli strumenti formali (SOA, contratti di avvalimento, asseverazioni) può celare in piena vista un’intera architettura criminale.

Se tutto è apparentemente in regola, che senso ha parlare di “prevenzione”?

Reati sentinella: i segnali da non ignorare

La strategia di contrasto alle infiltrazioni mafiose passa anche dalla capacità di riconoscere precocemente determinati “reati spia“. Tra i più ricorrenti troviamo:

  • Intestazioni fittizie e l’uso di trust opachi o fondazioni di comodo;
  • Fatturazione gonfiata o per operazioni inesistenti;
  • Anomalie nei flussi di pagamento: contante, sotto soglia, frazionamenti;
  • Comportamenti anomali di funzionari pubblici, come omissioni nei controlli;
  • Rapidi cambi nella compagine societaria o trasferimenti sospetti di quote;
  • Uso strumentale del contratto di avvalimento e subappalti multipli.

Questi elementi, se correttamente intercettati, consentono di attivare sistemi di allerta preventiva. L’integrazione tra audit interni, controlli automatizzati e strumenti di whistleblowing rappresenta oggi un presidio imprescindibile.

Le tecnologie ci salveranno? Forse. Ma non da sole

Oggi abbiamo strumenti potentissimi: blockchain analysis, intelligenza artificiale, tracciamenti biometrici, algoritmi predittivi. Ma la domanda è un’altra:

  1. Chi li usa davvero?
  2. E, con quale visione strategica?

La criminalità organizzata si è già adattata. Utilizza criptovalute per frazionare il riciclaggio, fintech per aggirare i controlli, società “pulite” per offrire servizi apparentemente legittimi. Si muove nei marketplace, nei sistemi di crowdfunding, tra wallet digitali.

In questo scenario, l’approccio normativo italiano – frammentato tra ANAC, DIA, Prefetture, Procure e Corte dei conti – è spesso reattivo, più che proattivo.

Non basta “seguire i soldi” (follow the money), se poi ci fermiamo alla soglia del sospetto.

Modello 231/01 e ODV AML/CFT: presidio concreto di legalità

Il Modello 231/01, se adeguatamente implementato, rappresenta una barriera reale contro il rischio di coinvolgimento in reati economici e finanziari. In particolare, l’adozione di un Organismo di Vigilanza (ODV) con competenze specifiche in ambito antiriciclaggio (AML) e contrasto al finanziamento del terrorismo (CFT) permette di trasformare l’adempimento formale in uno strumento di tutela sostanziale. Secondo le linee guida Confindustria e le indicazioni dell’UIF, è essenziale:

  • Mappare i processi critici aziendali (gare, subappalti, pagamenti);
  • Condurre gap analysis su modelli esistenti;
  • Monitorare operazioni sospette con strumenti di analisi automatizzata;
  • Adottare procedure di self-cleaning e aggiornamento continuo.

Numerosi arresti giurisprudenziali (es. Cass. 32899/2022) hanno ribadito che l’assenza di protocolli idonei comporta la responsabilità dell’ente, mentre in Cass. 23401/2020 si conferma che l’effettività del modello è condizione essenziale per l’esimente. Con l’ordinanza n. 25167 del 09.07.2025, la Cassazione ha poi chiarito che la riqualificazione di un contratto d’appalto in somministrazione illecita può configurare il reato di uso di fatture per operazioni inesistenti (art. 2 D.Lgs. 74/2000), ma solo se c’è prova del dolo specifico di evasione.

ll Modello 231 e l’ODV: adempimento o reale presidio?

In teoria, il Modello 231 è il perno della compliance aziendale. In pratica, si trasforma spesso in un documento statico, messo a punto per superare audit e controlli, più che per prevenire davvero. 

Gli Organismi di Vigilanza (ODV) sono spesso privi di autonomia, risorse o reale accesso ai dati critici. I flussi informativi sono irregolari, o comunque selettivi. 

Di fronte a reati-spia come intestazioni fittizie, appalti spezzettati, frodi IVA e somministrazione illecita di manodopera, l’ODV può davvero intervenire? O prende atto quando è ormai troppo tardi?

La recente ordinanza n. 25167/2025 della Cassazione ci ricorda che, anche in presenza di contratti formalmente corretti, ciò che conta è il dolo specifico dell’evasione. Ma chi ha il compito – e le competenze – per rilevarlo per tempo?

L’impatto economico: il vero costo della zona grigia; bonificare conviene – anche economicamente

Il valore della legalità non è solo etico, ma anche economico. 

Uno studio recente (Buchetti et al., 2025) ha dimostrato che la rimozione di imprese mafiose produce un aumento del credito, della produttività e dell’efficienza del capitale. Ma ha anche mostrato un’altra verità più scomoda: dopo un’operazione antimafia, il credito si contrae per effetto del rischio percepito. Le banche reagiscono con prudenza, alzano i tassi, selezionano meno. Le imprese “buone” subiscono un contraccolpo.

È il paradosso del sistema: l’eliminazione della criminalità migliora il contesto, ma genera un trauma nei flussi. Perché non abbiamo ancora costruito un sistema finanziario capace di distinguere veramente il merito da ciò che ne usurpa la forma.

Forse dovremmo cominciare a parlare di “costo dell’inazione istituzionale”, anziché limitarci al danno erariale.

Lo dimostra lo studio pubblicato da Buchetti, Fabrizi, Ipino, Miquel-Flores e Parbonetti, che ha analizzato 38 operazioni antimafia tra il 2019 e il 2021. L’eliminazione di imprese mafiose ha generato:

  • Un aumento dello 0,8% dei prestiti bancari alle imprese legittime (1,38 miliardi);
  • Un incremento della produttività e del fatturato pro capite;
  • Una riallocazione efficiente delle risorse nel tessuto economico.

Tuttavia, a fronte di una maggiore trasparenza, alcune banche – soprattutto non locali – hanno alzato i tassi per effetto del maggior rischio percepito. 

È dunque cruciale rafforzare il dialogo tra istituzioni, banche e imprese per garantire un ecosistema in grado di assorbire i costi a breve termine e valorizzare i benefici di medio-lungo periodo.

Solo attraverso un’azione coordinata – fondata su prevenzione, vigilanza attiva, informazione e cultura della compliance – sarà possibile proteggere il sistema degli appalti pubblici da distorsioni criminali e restituire fiducia ai cittadini, alle imprese oneste e agli investitori internazionali.

Dobbiamo ripensare l’architettura del controllo

Gli audit non bastano se sono standardizzati. Le checklist non bastano se non si incrociano con informazioni di contesto. La formazione non basta se non produce cultura critica. Serve una nuova architettura di controllo distribuito, dinamico, che metta insieme:

  • ODV con reale autonomia e poteri di accesso;
  • Sistemi di due diligence adattiva sui fornitori e subappaltatori;
  • Canali digitali per whistleblowing esterno;
  • Indicatori dinamici di rischio integrati con i flussi PNRR;
  • Partnership permanenti tra ANAC, UIF, GdF e operatori privati.

Altrimenti continueremo a inseguire le mafie quando è troppo tardi, e a parlare di “resilienza” quando la competizione è già stata falsata.

Conclusione: non è (solo) questione di legalità

Difendere gli appalti pubblici dalle mafie non è una battaglia di carta. È una questione di governance. Di capacità di leggere i segnali prima che diventino prove. Di creare un ecosistema dove legalità non sia sinonimo di adempimento, ma di valore. Dove chi denuncia sia protetto, chi controlla sia ascoltato, e chi sbaglia venga rimosso – non spostato.

Oggi, più che mai, la vera sfida è riconoscere che la legalità apparente è una trappola. E che combattere la criminalità organizzata richiede, prima di tutto, il coraggio di ammettere che molte delle nostre certezze vanno rimesse in discussione.

Approccio sistemico e non sintomatico

Un professionista di altissimo livello non si fermerebbe al dato investigativo o all’interdittiva antimafia. Si chiederebbe:

  • Perché quelle imprese hanno avuto accesso a bandi e subappalti in prima istanza?
  • Dove si interrompe il flusso di accountability tra stazione appaltante, controllo ex post e filiera operativa?
  • Qual è il punto cieco del sistema, dove la legalità smette di essere tracciabile e inizia la mimetizzazione?

Il punto chiave non è più “come hanno fatto?”, ma “perché abbiamo consentito che lo facessero usando strumenti pienamente legali?

La compliance formale è inefficace senza enforcement adattivo

Le aziende criminali si adattano più velocemente del legislatore. Un top expert sa che l’approccio checklist-based, anche sotto Modello 231, diventa sterile se non accompagnato da:

  • audit comportamentali,
  • controlli incrociati su banche dati pubbliche e private,
  • uso massivo di analytics, NLP e intelligenza artificiale per la due diligence.

Il rischio non si misura su ciò che l’azienda “dice di fare”, ma su ciò che “i dati mostrano che fa”.

L’intermediazione istituzionale è fragile

Un’autorità di massimo livello metterebbe in discussione la capacità delle prefetture, delle SOA, degli enti pubblici locali di distinguere tra un’impresa “formalmente idonea” e una “funzionalmente collusa”. Vedrebbe nella frammentazione – tra ANAC, Corte dei conti, GdF, UIF, Procure, RUP – non una forza, ma una vulnerabilità.

Il problema non è l’assenza di controlli, ma la loro non interoperabilità. Ogni soggetto vede un pezzo del puzzle. Nessuno ha l’intera mappa del rischio.

L’impatto non è solo legale, ma macroeconomico

Un professionista osserva il legame diretto tra infiltrazione criminale e:

  • abbassamento della produttività media (per effetto di aziende inefficienti ma protette);
  • aumento del costo del credito (per effetto dell’opacità);
  • distruzione della fiducia sistemica nei mercati locali;
  • esclusione di PMI etiche dai circuiti degli appalti.

Lo studio Buchetti et al. viene letto come evidenza empirica di esternalità positive della bonifica mafiosa, ma anche come allerta: se non accompagniamo l’azione repressiva con riforme sul lato bancario e fiscale, il “vuoto” lasciato dalla mafia rischia di non essere colmato.

Serve un cambio di paradigma: dalla compliance alla responsabilità trasformativa

L’approccio tradizionale basato su documenti, modelli e flussi ex post è superato. Un professionista nel settore proporrebbe:

  • modelli predittivi di rischio ex ante, tarati sui comportamenti, non sui documenti;
  • KYC pubblico-privato evoluto (cooperative intelligence tra banche, PA e autorità);
  • presidi trasversali di self-cleaning automatico (trigger normativi al superamento di certe soglie di rischio).

Non si limita a suggerire “più controlli”, ma propone una nuova governance della trasparenza, basata su dati, interoperabilità, algoritmi e formazione ad alto impatto.

Conclusione: non serve solo più legge. Serve più intelligenza strategica

Per un vero esperto, la soluzione non è incrementale ma sistemica: meno burocrazia, più dati integrati. Meno compliance passiva, più sorveglianza adattiva. Meno compartimenti stagni, più convergenza tra attori (pubblici, bancari, industriali).

Perché oggi le mafie non sparano: competono. E spesso vincono perché il sistema si limita a guardare le carte, quando dovrebbe analizzare le traiettorie.

Intervento di Nicola LORENZINI | Autore per Risk & Compliance Platform EuropeConsulente Aziendale



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