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Il salvataggio bancario non è per le banche

12 November 2017

di Salvatore Carrano

 

Diversi anni or sono, quando ancora internet non c’era, trovai scritto su un quotidiano, o forse in una rivista, che nella vita bisognerebbe aver letto almeno questi tre libri: l’Ulisse di Joyce, l’Uomo Senza Qualità di Musil e il vocabolario della propria lingua madre. Io avevo già letto i primi due e consideravo il vocabolario, più che un libro, un manuale da consultare ogni qual volta, a vario titolo, ci si cimenti con la scrittura. Incuriosito dalla notizia, decisi di rileggere i due capolavori e quando consultavo il mio Devoto Oli, non mi limitavo più alla sola ricerca del vocabolo che mi interessava, ma mi soffermavo sugli altri termini contenuti nella pagina e, non di rado, con un effetto a catena continuavo senza meta a visionare vocaboli che mi venivano proposti dallo stesso significato della ricerca. Il mio Devoto Oli è ormai malridotto, usurato dalle innumerevoli consultazioni e, ciononostante, sicuramente ancora con delle pagine o frammenti di testo inesplorati.

Da un po’ di tempo, l’utilizzo del vocabolario on line ha pensionato il voluminoso tomo, tuttavia “l’incoercibile bisogno” della consultazione non è per niente svanito o diminuito; semmai la dipendenza è persino aumentata. E così, soffermandomi con la mente su un tema finanziario di grande attualità, “l’operazione di salvataggio delle banche venete”, il termine salvataggio, mi è sembrato in antitesi con l’esito della vicenda e mi ha spinto per l’ennesima volta a ricorrere alle definizioni e agli esempi contenuti nel dizionario.

Il salvataggio bancario è: “l’intervento da parte dello stato a favore di un istituto di credito in procinto di fallire o in temporanea difficoltà”. La definizione, riportata nel vocabolario on line della Treccani, lascerebbe intendere che lo stato intervenga per evitare il fallimento della Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca consentendo così ai due istituti di credito di continuare a esercitare l’attività bancaria.

Nel comunicato stampa della Comunità europea datato 25 giugno 2017, tra le altre cose si legge: “Poiché le banche destinatarie escono dal mercato…….”.

BPVI e VB sono le banche destinatarie che escono dal mercato e se cessano di esistere, si può parlare di un loro salvataggio? Una ricostruzione dei fatti può aiutare a rendere la complessa vicenda più comprensibile.

Dalle informazioni contenute nel citato comunicato stampa della Comunità europea, risulta che:

  • Banca Popolare di Vicenza (BPVI) è una piccola banca commerciale italiana ubicata in Veneto, attiva soprattutto nelle regioni italiane del nordest. Al 31 dicembre 2016 BPVI contava circa 500 succursali, un organico di 5400 dipendenti, un azionariato costituito da quasi 117.000 soci e rappresentava in Italia una quota di mercato di circa l’1% in depositi e di circa l’1,5% in prestiti. Alla stessa data le attività totali della banca ammontavano a un importo di poco inferiore a 35 miliardi di euro.
  • Veneto Banca è una piccola banca commerciale italiana ubicata in Veneto, attiva soprattutto in Italia settentrionale. Al 31 dicembre 2016 Veneto Banca contava circa 400 succursali, un organico di 5.944 dipendenti, un azionariato costituito da quasi 75.000 soci e rappresentava in Italia una quota di mercato di circa l’1% in depositi e in prestiti. Alla stessa data le attività totali della banca ammontavano a 28 miliardi di euro.

BPVI e Veneto Banca presentano entrambe una percentuale elevatissima di prestiti deteriorati (37% rispetto alla media italiana del 18%) ed elevati costi di esercizio. Sono in perdita da anni.

A causa delle difficoltà finanziarie in cui versavano, le banche hanno subito negli ultimi due anni un’emorragia continua di depositi, perdendone il 44% tra giugno 2015 e marzo 2017”.

Il 23 giugno scorso la BCE considera Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza in dissesto o a rischio di dissesto. La decisione scaturisce dopo che “La Vigilanza bancaria della BCE ha sottoposto le due banche a uno stretto monitoraggio in seguito alle carenze patrimoniali emerse nella valutazione approfondita (comprehensive assessment) del 2014. Da allora, l’azione delle due banche non è stata sufficiente a superare gli elevati livelli di crediti deteriorati e le difficoltà di fondo dei loro modelli di business, determinando di conseguenza un ulteriore deterioramento della loro situazione finanziaria. Nel 2016 il Fondo Atlante ha investito circa 3,5 miliardi di euro in Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Ciò nonostante la situazione finanziaria delle due banche si è ulteriormente deteriorata nel 2017. La BCE ha pertanto richiesto alle banche di presentare un piano di ricapitalizzazione per assicurare il rispetto dei requisiti patrimoniali. I piani industriali sottoposti da entrambe le banche non sono stati ritenuti credibili dalla BCE”.

“Secondo la normativa UE, in linea di principio l’ente in dissesto dovrebbe essere liquidato con procedura ordinaria di insolvenza, salvo se l’SRB (Single Resolution Board, in italiano Comitato unico di risoluzione) ritiene che vi sia un interesse pubblico a sottoporlo a risoluzione perché la liquidazione con procedura ordinaria di insolvenza potrebbe compromettere la stabilità finanziaria, interrompere la prestazione di funzioni essenziali e pregiudicare la tutela dei depositanti”.

“Poiché l’SRB è giunto alla conclusione che né per BPVI né per Veneto Banca l’interesse pubblico giustificasse l’avvio di un’azione di risoluzione, le autorità italiane sono quindi tenute a liquidare le due banche secondo le procedure fallimentari nazionali. In questo contesto l’Italia ha stabilito che la loro liquidazione avrebbe prodotto un grave impatto sull’economia reale delle regioni in cui sono più attive. Al di fuori della disciplina europea di risoluzione delle banche, le norme dell’UE offrono all’Italia la possibilità di chiedere alla Commissione il via libera all’impiego di fondi nazionali per agevolare la liquidazione, in modo da attutire l’impatto sull’economia della o delle regioni in questione”.

I quattro presupposti necessari affinché gli aiuti di stato siano ammissibili dalle regole europee sono:

  1. i costi della liquidazione devono essere contenuti al minimo necessario;
  2. gli azionisti e i creditori subordinati devono condividere l’onere dell’operazione;
  3. in caso di acquisizione di un ramo d’azienda da parte di un soggetto terzo, l’operazione non deve pregiudicare le capacità operative di quest’ultimo;
  4. le distorsioni alla concorrenza devo essere limitate.

La Commissione ha accertato che i provvedimenti in questione sono conformi alle norme UE sugli aiuti di Stato, in particolare alla comunicazione sul settore bancario del 2013. Gli attuali azionisti e detentori di obbligazioni subordinate hanno dato il loro pieno contributo ai costi, alleviando l’onere dell’intervento allo Stato italiano. Le destinatarie dell’aiuto (BPVI e Veneto Banca) saranno liquidate entrambe in modo ordinato e usciranno dal mercato, mentre le attività cedute saranno ristrutturate e ridimensionate considerevolmente da Banca Intesa: questi due fattori combinati limiteranno le distorsioni di concorrenza determinate dall’aiuto”.

Autorizzato a concedere gli aiuti, lo Stato Italiano “adotterà i seguenti provvedimenti:

  • apporti di capitale per circa 4,785 miliardi di euro;
  • garanzie dello Stato per un massimo di 12 miliardi circa, in particolare garanzie sul finanziamento della massa fallimentare da parte di Intesa. Le garanzie dello Stato sarebbero attivate, in particolare, se la massa fallimentare si rivelasse insufficiente a ripagare Intesa del suo finanziamento”.

“I provvedimenti in questione consentiranno la cessione di parti delle attività delle due banche a Intesa Sanpaolo, trasferimento di dipendenti compreso. L’Italia ha scelto Intesa Sanpaolo come acquirente con una procedura di cessione aperta, equa e trasparente. I provvedimenti previsti consentiranno altresì la liquidazione della massa fallimentare residua, finanziata dai prestiti forniti da Intesa”.

Sia le garanzie sia gli apporti di capitale sono coperti dai crediti di rango più elevato (senior) vantati dallo Stato italiano sulle attività comprese nella massa fallimentare. Di conseguenza, il costo netto per lo Stato italiano sarà nettamente inferiore all’importo nominale dei provvedimenti previsti”.

Il recupero dei crediti deteriorati delle due banche sarà affidato alla Società per la Gestione di Attività Spa, di proprietà del ministero dell’Economia. I proventi che ne deriveranno, serviranno a coprire i debiti nei confronti dei creditori e ridurranno l’impegno dello Sato.

Gli obbligazionisti ordinari e i depositanti non subiranno alcuna perdita e i clienti delle due banche troveranno, come prima, sportelli aperti e addetti disponibili, d’ora in poi alle dipendenze di Intesa Sanpaolo, ad assistere l’utenza nel compiere le operazioni bancarie. I detentori di azioni e di obbligazioni subordinate, invece, concorreranno al risanamento e potranno essere soddisfatti, appunto in via subordinata, dopo che siano stati rimborsati i creditori senior e solo nel caso lo Stato abbia recuperato per intero l’iniziale esborso anticipato a supporto del provvedimento.

Gli imprenditori individuali o le persone fisiche in possesso di strumenti finanziari di debito subordinato, potranno comunque accedere, a determinate condizioni, alle prestazioni del Fondo di solidarietà previsto dall’articolo 1, comma 855, della legge 28 dicembre 2015, n. 208 e ottenere l’80% dell’importo pagato per l’acquisto delle obbligazioni.

Il costo dell’operazione è stimato in circa 17 miliardi di euro che saranno prelevati dal fondo “salvarisparmio”. L’aiuto, a sentire il ministro Padoan, sarà concesso “con misure che, non impattano sul deficit”, provocheranno, però, un peggioramento del rapporto debito/Pil dell’uno per cento.

A conclusione, e riprendendo la questione posta all’inizio dell’articolo, il “salvataggio” inteso come conservazione e sottrazione alla rovina o a danni, ha interessato soprattutto il tessuto commerciale e imprenditoriale del territorio di attività delle banche e ne ha sicuramente beneficiato l’economia veneta, ora in ripresa, nel suo complesso. Del “salvataggio” ne hanno anche tratto sollievo depositanti e obbligazionisti ordinari che potranno disporre liberamente dei loro risparmi. I dipendenti, conservando il posto di lavoro, rientrano anch’essi tra i tutelati del “salvataggio” e se nel futuro prossimo Intesa Sanpaolo presenterà un piano di esuberi per 4000 dipendenti e chiuderà metà degli sportelli rilevati, questi provvedimenti non potranno essere imputati al dissesto delle due banche ma al sistema creditizio in generale e provocato principalmente dalla concorrenza delle imprese fintech.

BPVI e VB, invece, sono uscite definitivamente dal mercato e i rispettivi azionisti, condividendo l’onere dell’operazione, hanno perso tutto quello che potevano perdere, la propria quota di capitale.

Allo stato attuale, altre soluzioni, diverse dal sottoporre le due banche a liquidazione coatta amministrativa con l’impiego di fondi nazionali per agevolare la liquidazione, non avrebbero garantito costi minori per i contribuenti e così pochi disagi per clienti, imprese e risparmiatori. Solo sistematici controlli preventivi per sanare il danno sul nascere avrebbero potuto fare di meglio, impiegando zero risorse pubbliche e “salvando” anche le due banche, ma così non è stato.

 



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