Banca Crisi Banche

Breve (e lunga) storia delle crisi bancarie in Italia: 1982-2017

26 March 2017

di Daniele Corsini e Gerardo Coppola

Sembra che, quando si subiscono gli effetti di un investimento finanziario sbagliato, di una truffa finanziaria o di una crisi bancaria, la memoria individuale e collettiva tenda a rimuovere presto l’offesa ricevuta e ci renda pronti ad esporci a nuovi rischi senza particolari cautele aggiuntive.

L’educazione finanziaria, per agire come fattore di prevenzione, dovrebbe, tra i suoi primi obiettivi, tenere viva la memoria di quegli eventi, perché non si dimentichino le lezioni negative apprese nelle diverse circostanze.

Siamo invece certi che pochi abbiano la percezione di quante e quanto profonde siano state le crisi bancarie e finanziarie importanti intervenute negli ultimi trentacinque anni in Italia, vale a dire nell’arco temporale di una sola generazione.

Ripercorrendole brevemente, vedremo ricorrenze di cause, interventi “a buoi scappati”, poche azioni per sventarne di nuove.

1982 Banco Ambrosiano, crisi da intreccio tra poteri più o meno forti e più o meno occulti (la famigerata P2) e da imbarazzanti vicinanze con la finanza vaticana. Soltanto un mese prima dell’esplosione finale, le autorità avevano autorizzato la quotazione in borsa delle azioni del Banco. Memorabile per senso dello Stato l’intervento del cattolico Andreatta (allora Ministro del Tesoro) a difesa delle ragioni italiane nei confronti del Vaticano. Il costo del fallimento fu di alcune migliaia di miliardi di lire, risolto grazie alla fusione con la ricca Banca Cattolica del Veneto.

1987 Cassa di Risparmio di Prato, banca locale con finanziamenti concentrati nel tessile, fu gestita a lungo da banchieri legati alla politica. Finanziò speculazioni e accrebbe i propri rischi in misura sproporzionata. Fu il primo intervento del Fondo di Tutela dei Depositi, appena costituto ai sensi di legge e ne assorbì in un sol colpo le disponibilità raccolte presso il sistema.

1992 Montedison, crisi finanziaria del maggiore gruppo chimico privato, con perdite stimate in 30.000 miliardi di lire. Si rifletté sugli equilibri della Banca Commerciale Italiana, al cui conto economico i ricavi provenienti da quella relazione di affari pesavano per il 15% del totale.
Era sempre il 1992 quando la Cassa di Risparmio di Venezia, la più antica d’Italia fondata nel 1822, andava in default per una serie di previsioni errate sui cambi (preceduta dall’abnorme sviluppo dei crediti in valuta senza pretendere la copertura del rischio di cambio da parte prenditori, gran parte dei quali con la svalutazione della lira divennero insolventi). La dimensione delle perdite, da un lato, chiamò a raccolta le consorelle venete, dall’altro, fece da detonatore alla crisi di altre casse di risparmio e degli istituti di credito speciale della regione. Quel che rimase confluì gradualmente nel gruppo Intesa alla fine di un complicato processo di assorbimento protrattosi fino al 2014.

A poca distanza di tempo, seguirà l’ondata più virulenta, che spazzerà quasi per intero il sistema delle banche venete, alcune eredi di istituzioni risalenti all’epoca napoleonica, altre alle prime istituzioni bancarie del cattolicesimo sociale di fine Ottocento. A ricordarne gli antichi fasti rimangono i meravigliosi palazzi sul Canal Grande oggi adibiti ad alberghi di lusso, le ville palladiane e i parchi adagiati sui colli trevigiani, prestigiose sedi ora semivuote e i jet personali dei top manager usati per inseguire i sogni di espansione verso l’Europa dell’Est e che si fatica a rottamare, ora che per coprire le distanze tra Vicenza e Montebelluna basta la bicicletta (vedi infra).

1995 e seguenti Casse di Risparmio meridionali (operanti in Puglia, Campania, Calabria, Sicilia). Furono crisi generate da relazioni clientelari, concentrazione del credito, rapporti con la politica. Sono state aggregate in banche più solide, come Cariplo, poi confluita in Banca Intesa.

1995 Banco di Napoli, originata dagli stessi fattori di crisi, dopo la fine degli interventi pubblici all’economia meridionale tramite la Cassa del Mezzogiorno, costò 12.000 miliardi di lire, con intervento pubblico a mezzo del cosiddetto Decreto Sindona. Assieme alle crisi avanti descritte, determinò la scomparsa del sistema bancario meridionale.

1998 Bipop di Brescia, uno dei tanti casi ricollegabile al fenomeno dell’uomo solo al comando. Gli esempi si sono replicati in un crescendo che arriva fino agli ultimi inquietanti episodi di mala gestio nelle banche di molte regioni d’Italia.

2002 Collocamento di prodotti bancari tossici denominati My way e Four you da parte del Monte dei Paschi di Siena e sue controllate. Lo scandalo costrinse alle dimissioni il vertice della banca e al rimborso di molti risparmiatori traditi. Le gesta della Banca 121, partecipata pugliese del Monte, sono ancora citate dagli addetti ai lavori come esempio di truffa finanziaria.

2003 Cirio, Parmalat e titoli di stato argentini. Le banche lucrarono commissioni collocando questi titoli senza avvertimenti particolari circa i relativi rischi nei confronti di sottoscrittori del tutto impreparati. Alcuni di questi titoli figurarono, anzi, fino all’ultimo tra quelli privi di rischio indicati dall’ABI.

2006 Banca Italease era la più grande banca italiana specializzata nel leasing immobiliare. Fu anche essa vittima della concentrazione di potere nelle mani di un solo uomo e di affari con i “furbetti del quartierino”, già noti per altre scorribande bancarie. La Banca è stato un boccone amaro da digerire da parte del Banco Popolare, che l’ha definitivamente incorporata nel 2015.

2006 Banca popolare italiana (già Popolare di Lodi assorbita dal Banco popolare) affidata alle virtù taumaturgiche del banchiere Fiorani. Si accreditava nella difesa della italianità di banche diventate appetibili da parte di banchieri francesi, olandesi e spagnoli.
La difesa, organizzata picarescamente, fallì, portando alle dimissioni il Governatore della Banca d’Italia, che aveva ingenuamente creduto in lui. In quella fase, passò di mano la proprietà di BNL, una delle più importanti istituzioni della storia bancaria italiana del Novecento e, pochi anni prima, tra le prime 10 banche del mondo.

2008 Monte dei Paschi, la più grave e la più lunga crisi bancaria, ancora aperta. Ha finora assorbito risorse per 30 mld, imponendo alla fine l’ingresso nel capitale dello Stato come socio di maggioranza. Sono ancora in corso i confronti con la Commissione europea e la Bce sulle modalità del salvataggio. La causa, ben nota, fu l’azzardato acquisto di Banca Antonveneta, avendo ottenuto l’autorizzazione delle autorità di controllo pur in assenza di due diligence. Quando, nel 2011, erano già in piena evidenza gli effetti deleteri dell’acquisizione, lasciò interdetti la nomina del maggiore responsabile a Presidente dell’ABI. Le vicende giudiziarie sono in corso.

2011 Crisi finanziarie di Alitalia e Ilva, ancora aperte; debiti verso le banche richiederanno la garanzia dello stato.

2012 Carige, decima banca per dimensione del sistema, compresa tra quelle significant secondo la normativa europea di vigilanza. Scandali legati al rapporto tra banca e assicurazione e al lungo dominio del suo storico esponente sono le cause di una crisi da superare mediante un cospicuo aumento di capitale, ancora in via di quantificazione.

2015 Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di risparmio di Ferrara, Carichieti, banche del territorio in risoluzione secondo la nuova normativa europea. Cause: mala gestio, ingerenze politiche, conflitti di interesse, strapotere nelle mani di pochi, operazioni creditizie non coerenti con le caratteristiche di banca locale. Acquistate per un euro da due grandi banche popolari. Costi per il sistema e la collettività: più o meno 5 mld.

2013/2017 crisi di tutte le ex casse di risparmio delle quattro province abruzzesi, fino alle più recenti Casse di risparmio di Cesena, di Rimini e di San Miniato; per le cause vedi sopra. Aggregate o da aggregare in gruppi di maggiori dimensioni.

2014-presente Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, anch’esse tra le prime 15 banche italiane sistemiche, secondo la classificazione dell’Unione bancaria. Cresciute in misura abnorme, per le velleità dei loro esponenti più noti, richiederà l’intervento pubblico di ricapitalizzazione a titolo precauzionale, per integrare gli apporti, non sufficienti, del Fondo Atlante, in vista della loro fusione. Gravissime le perdite per gli azionisti. Se questi ultimi non accetteranno una proposta di transazione comportante perdite per l’85 per cento del valore dei titoli, rinunciando nel contempo alle cause giudiziarie, ne verrà sancita l’insolvenza e il ricorso al bail-in, con il presumibile coinvolgimento di obbligazionisti e depositanti.

2014 e seguenti crisi di numerose banche di credito cooperativo, di dimensioni importanti per la categoria, operanti nel nord e nel centro Italia. Hanno richiesto onerosi interventi da parte del Fondo di Garanzia dei Depositanti e di quello temporaneo previsto dalla legge di riforma del settore, per evitare impatti diretti sul risparmiatore. Si è in attesa della costituzione di gruppi bancari cooperativi, per rafforzare la stabilità complessiva del sistema.

2017 Ricapitalizzazione indispensabile di Unicredit, da parte di fondi di investimento esteri per 13 mld di euro, per abbattere l’enorme quantità di crediti anomali.

In sintesi, le crisi hanno riguardato:
a) tutte le tipologie istituzionali (Banche SpA, banche popolari, banche di credito cooperativo) e di tutte le dimensioni (banche grandi, medie e piccole);
b) estese aree territoriali, con la sparizione del sistema meridionale e il forte indebolimento di regioni bancariamente importanti (Veneto, Toscana, Liguria, dorsale adriatica del credito, dall’Emilia Romagna alla Puglia). Si può finalmente e cinicamente affermare che in molte aree del paese non ci saranno più crisi bancarie perché… sono finite le banche!

Le crisi hanno visto:
c) il frequente collocamento di strumenti ad elevato rischio, senza adeguata informazione o con informazione distorta al consumatore, fino ai casi delle obbligazioni e alle azioni bancarie tossiche degli ultimi tempi;
d) l’avventurismo di non pochi banchieri, che non ha ricevuto a tempo debito adeguato contrasto dalle autorità;
e) vicende non sempre collegate con le fasi cicliche dell’economia e con la più recente recessione.

Al tempo dell’entrata in vigore del TUB nel 1993, che sancì la trasformazione della banca da istituzione per lo più pubblica in impresa privata e l’affermazione del modello di banca universale, qualcuno chiese se le autorità avessero una propria mappa per gestire la riconfigurazione industriale implicita nei mutamenti promossi con il nuovo quadro regolamentare.

La risposta fu che la selezione naturale da parte del mercato sarebbe stata più efficiente di qualsiasi intervento esogeno, che avrebbe avuto sapore dirigistico. Il sistema da allora si è senza dubbio trasformato, concentrandosi attraverso operazioni one by one, ma non per questo sembra diventato più robusto. Si è di fronte a una sorta di darwinismo a rovescio?
È ozioso anche interrogarsi se si debba trattare questa storia come una serie di episodi singoli, per quanto gravi, o come crisi di sistema.
Quello che conta è l’impatto delle crisi bancarie sull’economia, sul grado di fiducia dei risparmiatori e sulla capacità delle banche medesime di saper svolgere, tramite il credito, azione di disciplina finanziaria e fiscale nei confronti del proprio principale cliente, vale a dire la piccola e media impresa italiana. Questi sono i costi socio-economici veri, al di là di pedanti calcoli in termini di effetti sul contribuente.
Soltanto se si riuscisse a fare un conteggio per quanto approssimato dei loro effetti sul rallentamento dello sviluppo economico del paese, fino al declino di cui ora molti parlano, troveremmo il peso vero delle disfunzioni del sistema.

Ora che una rinnovata politica bancaria viene da più parti invocata, i suoi esiti saranno utili per incidere sulla governance, sulla trasparenza dei servizi bancari e sul rinnovamento dell’industria? A quali condizioni l’educazione finanziaria elevata a interesse pubblico agirà su questi fattori?

Per equità, dobbiamo toccare anche il tasto dei comportamenti opportunistici della clientela in caso di crisi della banca, tema al quale si richiama la posizione dell’ABI favorevole alla pubblicazione dei nomi dei primi cento debitori insolventi del Montepaschi, misura di quanto le banche siano state a loro volta vittime di indebiti condizionamenti da parte di lobby e clienti. Sono comportamenti che si verificano quando il debitore si pone nella posizione di sfruttare il maggiore potere contrattuale, causa indebolimento della controparte, trovando supporto anche nella politica.

Un aneddoto, tratto dalla vicenda del Banco di Napoli, subito dopo la decisione di passare l’enorme massa di crediti malati alla bad bank costituita allo scopo, può aiutare a spiegare meglio il punto.
Ebbene, un nostro caro collega, in posizione di responsabilità nella vigilanza di allora, fu avvicinato da un avvocato che gli chiese gentilmente di controllare in anteprima se alcuni suoi clienti fossero presenti in quella lista, conservata nella massima riservatezza. Immediatamente quel collega capì che esservi inclusi avrebbe consentito ai debitori di ritardare l’adempimento delle obbligazioni contratte. Ovviamente egli si rifiutò di corrispondere alla richiesta, che avrebbe favorito fin da subito comportamenti di moral hazard da parte di soggetti ancora solvibili. Ma il segreto, come è facile comprendere, durò poco.

Sic transit gloria debitorum atque creditorum!

Ci sono numerose citazioni dotte che potremmo a questo punto fare sul rapporto tra apprendimento dai casi del passato e comportamenti futuri, chiedendoci perché questo processo da noi sembra tanto difficile a radicarsi.

Ragionare di queste cose e’ complicato, anche perché mancano dati, informazioni ed analisi organiche sulle crisi bancarie. Nel formulare questo elenco ci siamo per lo più affidati alla nostra esperienza e ai nostri ricordi. Nella ricerca di fonti attendibili abbiamo trovato traccia di alcuni casi nella Mappa storico-geografico dell’archivio storico di Intesa Sanpaolo, ma non siamo stati in grado di accedervi compiutamente. Esso riguarda in ogni caso le istituzioni creditizie e finanziare che nel tempo sono confluite in quello che oggi è uno dei maggiori gruppi bancari europei.
I restanti casi sono singolarmente dispersi nelle relazioni periodiche delle autorità, nei resoconti giornalistici del momento, in articoli di qualche volenteroso studioso e nelle documentazioni giudiziarie. All’epoca della rete, non vi è documentazione completa da consultare, per una migliore comprensione della nostra più recente storia bancaria.

Tutte le crisi citate sono state sistemate con interventi di altre banche, con sacrifici a carico dei risparmiatori o dei contribuenti o con una combinazione di queste modalità, ritenendo che il costo sociale del fallimento bancario, piccolo o grande che fosse, sarebbe stato in ogni caso maggiore.

Con queste ripetute rassicurazioni, il sistema è spiaggiato nel 2014 sui lidi dell’Unione Bancaria, con poca consapevolezza circa gli effetti delle nuove regole europee di gestione delle crisi e senza una politica efficace per modificare le cause pervicaci e strutturali che lo avviluppano, come dimostrano le estenuanti trattative in corso con Bruxelles e Francoforte per la soluzione delle questioni ancora aperte.
Queste cause hanno tre nomi:
• governance barocche e pletoriche basate sul ruolo di soggetti quali le Fondazioni, da un lato vituperate, dall’altro osannate come salvator mundi e su assemblee oceaniche dei soci da palasport, entrambe filigrane societarie che rendono il management irresponsabile, con ricchi bonus a prescindere dai risultati e titoli da capitalizzare, appena usciti, in altre prestigiose posizioni;
• enormità dei crediti deteriorati frutto della crisi, ma anche di comportamenti lassisti, da moral hazard e selezione avversa, sapendo ex ante che si troverà sempre chi pagherà per i dissesti, cioè i cittadini direttamente o secondo raffinate tecniche transitive;
• asfitticità nella produzione di nuovi servizi bancari, causati da scarsa attitudine agli investimenti, dato che siamo il paese dove circola ancora più contante tra quelli dell’Eurozona.

Ecco perché non ci sentiamo di prestare attenzione alle due obiezioni che ci pare già di sentire di fronte a questa breve, ma anche lunga e non edificante storia, e che suonano più o meno così.
In fondo, la crisi di una banca fa parte dell’essenza del capitalismo, quella distruzione creatrice che dà vita al sistema stesso.
Dopo tutto, il cittadino come risparmiatore e come contribuente non ci ha rimesso più di tanto, trascurando anche il fatto che molte grandi imprese debitrici sono state risanate con i soldi pubblici per ripagare proprio le banche.

Una vera educazione finanziaria dovrebbe trovare sempre più difficile l’accettazione di motivazioni a posteriori, che rievocano la leibniziana dimostrazione del migliore dei mondi possibili. C’è da credere che molti si siano definitivamente stancati di recitare sempre e soltanto la parte di Candide.

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